“Sì, sono aggressive, parlano di disastri, guerre, morte, rovine. Sono esattamente come i tempi che viviamo. Possono anche essere romantiche, come i tempi che non riusciamo più a vivere. Ma sempre e ogni volta per le mie presentazioni è come se dovessi uscire da un buco nero per mostrare il lato positivo. Provengo dalla classe operaia, ora sono circondato dal benessere. Le classi sono meno divise, o forse, invece, sono drammaticamente separate. Bisogna fare attenzione a non perdere il senso della realtà e a tenere i piedi ben saldi a terra. In India ho visto un’armonia, un rispetto e perfino una capacità di felicità fra i poveri che non avrei creduto potesse esistere”

A parlare delle sue creazioni, in un’intervista, è Alexander McQueen, un’artista e non semplicemente un fashion designer, un uomo che fu acclamato dei media come simbolo di rottura nel campo dello stile, un hooligans della moda per le sue creazioni oniriche, avveniristiche, poetiche, al limite dell’assurdo.

Alexander McQueen ha saputo creare abiti di una bellezza e di una maestosità incredibile eppure incredibilmente ironici, ricchi di un simbolismo e di una teatralità che trascendono la moda stessa per divenire forma d’arte pura.

Ma chi era effettivamente Alexander McQueen?

Una grande retrospettiva, in scena fino al 2 agosto al Victoria and Albert Museum di Londra, celebra questo stilista che ha saputo dar vita, nelle sue collezioni, a tanti stili differenti e tutti allo stesso tempo spettacolari, dal gothic al barocco dal sapore cyberpunk, tentando così di rendere omaggio a colui che, a 5 anni dal suo suicidio, ha lasciato un vuoto incolmabile nella storia della moda internazionale.

Alcune immagini della retrospettiva

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Ogni sfilata di Alexander McQueen era uno show, ogni collezione richiedeva l’invenzione di nuovi aggettivi per tentare di incapsulare quello stile che sfuggiva alle definizioni stesse che si tentavano di dargli, in una continua altalena stilistica tra ribellione e anarchia concettuale, tra romanticismo ed emancipazione sessuale, tra stile contemporaneo e decadentismo, tra spettacolarità gotica e allure macabro.
Il ragazzaccio della new generation, come fu definito McQueen, era un’artista sicuramente inquieto, problematico e incontentabile come lo sono tutti i veri geni creativi in fondo, talmente inquieto da decidere, dopo una serie di grandi sofferenze ed eventi tristi che lo hanno colpito, di metter fine alla propria vita alla soglia dei 41 anni.
Questo non ha impedito però al suo nome di rimanere impresso nel cuore del fashion system, di quello stesso sistema che Alexander ha contribuito a smantellare e ricostruire dall’interno, dando voce alle proprie inquietudini interiori e trasformandole in opere d’arte.

La retrospettiva a lui dedicata, intitolata “Alexander Mc Queen – Savage Beauty”, non potrebbe chiamarsi altrimenti: è la celebrazione di quella bellezza efferata alla quale lo stesso stilista dava forma con le sue creazioni.

Nella retrospettiva trovano posto video, foto, 200 completi ed accessori e pezzi cult, come la famosa giacca “It’s a jungle out there” che fa parte della collezione autunno-inverno 1997-98 e che è stampata con un dettaglio del quadro “Il ladro alla sinistra di Cristo” del pittore fiammingo Robert Campin.

Tanti i successi accumulati nella sua carriera, tanti i grandi nomi con i quali si è formato prima e ha lavorato poi, da Koji Tatsuno a Romeo Gigli, prima di entrare nel 1996 nella Maison Givenchy al posto di un altro genio assoluto, John Galliano, approdando poi nel 2001 da Gucci. Ma più che i grandi nomi e le collaborazioni, sono i suoi abiti e le sue passerelle a parlare per lui.

Alcune creazioni dall’inconfondibile stile di Alexander Mc Queen

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Quando si dice che “la moda è una forma d’arte”, nel caso di McQueen è più vero che mai.


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